CHAPEAU MARATONETA AFRICANO E BENVENUTO A PADOVA

Intervento di don Marco Pozza (giovane parroco vicentino che ha innovato il modo di predicare il Vangelo guadagnando l'attenzione dei media nazionali), scritto per la Maratona S.Antonio

Per il mondo dell'atletica sono il gotha della maratona mondiale: nomi che solo a pronunciarli mettono nostalgia e un pizzico d'invidia per quelle doti che fanno di loro gli dei nell'olimpo sportivo: se l'atletica è una religione, loro sono gli apostoli di una novella chiamata ad evangelizzare il pianeta. Non prestare loro ascolto, come nella tradizione biblica, significa soccombere sotto il peso della propria superbia. Perchè laddove manca la sana competizione nemmeno il talento cristallino si sente costretto a migliorarsi. Li cercano a suon di quattrini, se li contendono le più importanti maratone del mondo, grazie a loro il limite dell'uomo bianco è costretto a non sentirsi sazio. Come sarebbe stata triste la Maratona di Sant'Antonio – un santo venerato anche nella Rity Valley dove loro tengono casa – senza di loro, i grandi atleti etiopi e kenioti che sanno dare lustro e spettacolo alle competizioni internazionali.
Qualcuno – degno rappresentante di una politica fondata sulle provocazioni e sulle sparate (purtroppo non solo metaforiche) – mesi fa avanzò la proposta di non finanziare la maratona di Padova perchè partecipano e vincono “atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”. Quel giorno leggendo i giornali pensammo davvero che un ossicino o qualche oseleto fosse entrato nel cervello anziché nella gola di quell'uomo alquanto bizzarro. Perchè ci vorrebbe l'umiltà di un elefante dentro ad un negozio di Swarovski definire “extrcomunitario in mutande” un atleta come Hailè Gebrselassie (unico uomo al mondo ad essere sceso sotto le 2 ore e 4 minuti nella Maratona), Martin Lel, Samuel Wanjiru, Abel Kirui e Ben Chebet. Sarebbe un po' come boicottare la teoria della relatività solo perchè firmata da Albert Einstein che, non ci stupiremmo, potrebbe di questo passo essere definito “sporco nazista” solo perchè tedesco. O ignorare le poesie di Marquez solo perchè “terzomondiale”.
L'ignoranza di costui domenica sarà vinta dall'entusiasmo di tutti quegli appassionati che ogni giorno invadono gli argini della nostra splendida città alla ricerca di un sogno che non è necessariamente la gloria: una boccata d'ossigeno, una distensione della mente, un ritrovare la serenità perduta. S'allenano per mesi, inanellano piccole rinunce e costruiscono sfide amicali, si pongono un limite per il solo gusto d'avvicinarsi e contemplarne il seguito. Un giorno la politica capirà – magari dando l'esempio pure alla Chiesa – questa nuova religione laica ch'è la pratica della corsa, una forma di ascesi che costringe l'uomo ad andare alla ricerca delle motivazioni più profonde per risalire verso l'alto delle sue capacità e raggiungere quella forma di estasi sportiva che, fosse anche solo per un secondo, ripaga di mille sacrifici fatti sotto il sole d'agosto o il ghiaccio dicembrino. Assindustria a Padova è un nome nobile e rispettato e nella sua scuderia annovera campioni e campionesse venute da lontano. Giustamente ne sono gelosi e ne proteggono la classe, ma ci piace pensare che dietro a tutto ciò ci sia la ricerca continua del meglio sul quale investire. Forse non c'è nessun altro popolo oltre quello africano che nella maratona possa dare ragione di una bellissima frase del film “Momenti di gloria” quando il protagonista esprime in un concetto il senso stesso della sfida: “credo nella ricerca della perfezione e io porto l'avvenire con me”. Avvenire che stavolta – peccato per i “celoduristi” – ha il volto colorato di nero. E noi domenica saremo orgogliosi di guardarli con un pizzico di emozione e scoprire che dietro quella velocità è nascosta l'arma del loro riscatto. Che, peccato per il consigliere, val ben più di un bicchiere di Rabosello e di una “Scolopax rusticola” (traduciamo per i puristi del veneto scolastico: “beccaccia”).

Don Marco Pozza